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Diamo all’Associazione i mezzi per continuare a sostenere la

causa di beatificazione di Giovanni Palatucci che è stata

avviata presso la Santa Sede, e organizzare opere di

beneficenza in suo Nome

La settimana

Mercoledì 10 giugno presso la Scuola Media Statale “G. Bonifacio” – Ist.Comprensivo Rovigo 1, organizzata dal Comitato Palatucci di Rovigo, si è tenuta la premiazione dei vincitori della quarta sessione annuale del concorso dedicato al Martire Irpino, ultimo Questore italiano di Fiume che immolò la sua giovane vita per salvare un grande numero di Ebrei ed altre persone invise al regime nazista. Tra i tanti lavori pervenuti è risultato vincitore quello proposto dalla classe 3^ B della Scuola Media Bonifacio che ben ha centrato il tema con un lavoro grafico descrittivo ispirato al tema proposto: “Giovanni Palatucci – sulle tracce della storia: Le radici dell’antisemitismo affondano nel periodo immediatamente successivo alla fine della prima guerra mondiale – libere interpretazioni di un momento storico ancora da definire”. Il concorso ha avuto il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Rovigo, del Comune di Fratta Polesine e del Consolato Provinciale dei Maestri del Lavoro. Alla consegna della targa commemorativa erano presenti per il Comitato: il presidente Cav.Dott.Flavio Ambroglini, il vicepresidente Luciano Marcato che è anche presidente della Sezione rodigina dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato, la segretaria Maria Cristina Boldrin unitamente ai membri fondatori Dott.Paolo Avezzù ed Arch.Pietro Parrozzani, nonché al Maestro Andrea Zese con la consorte Maria Anna Colace, da sempre amici del Comuitato ed illustri rappresentanti del canto lirico rodigino. Erano altresì presenti i Docenti: prof.ssa Marina Cuberli e prof. Daniele Milan i quali da tempo seguono le attività del Comitato Palatucci che si riferiscono al mondo della scuola. Ambroglini nel complimentarsi con i ragazzi ha espresso i sensi del più sincero ringraziamento per la passione con la quale i premiati hanno affrontato un tema così delicato con un risultato eccellente, dimostrando che un percorso didattico-culturale, quale quello proposto dal concorso Palatucci, possa costituire una vera e propria “palestra” per meglio affrontare sfide ben più difficili sia nel mondo della scuola che nella vita di tutti i giorni.

premiati

La storia del salvataggio della famiglia ebrea dei Selan: dalla Croazia ustaša di Ante Pavelić all’Italia passando per quel ponte sul fiume Eneo
GIOVANNI PREZIOSI
ROMA

Nell’aprile del 1941, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza della Croazia e l’insediamento a capo del nuovo Stato balcanico, con il beneplacito di Hitler e di Mussolini, del leader del movimento nazionalista ustaša Ante Pavelic, su ordine del famigerato capo della polizia Eugen Dido Kvaternik, si scatenò una furibonda caccia all’ebreo che non risparmiò neanche donne e bambini, come nel caso di Bjelovar dove furono barbaramente trucidate ben 250 persone tra uomini e donne, dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa.

A quel punto l’unica alternativa per sfuggire all’arresto e all’internamento nei campi di concentramento, era quella di cercare di oltrepassare la frontiera e raggiungere i territori presidiati dalle forze d’occupazione italiane per spingersi fino a Fiume dove, dal novembre del 1937, era stato chiamato a dirigere l’Ufficio Stranieri della Questura Giovanni Palatucci.

È proprio ciò che fecero anche Carl, Edmund e Rudolph Selan, giovani rampolli di una famiglia ebrea di origini austro-ungariche. «Appena i tedeschi invasero la Jugoslavia – racconta la figlia di Carl, Edna Selan Epstein – nel mese di aprile del 1941 ebbe inizio la fuga della mia famiglia per nasconderci e per mettere in salvo la nostra vita. Siamo andati in Italia. Mio padre è fuggito subito dopo che gli ustaša sono venuti a prenderlo una mattina presto di aprile del 1941 presso la nostra abitazione che sorgeva in via Zrinjevach, un’elegante strada residenziale di Zagabria. Mia madre riuscì a convincerli che non era in casa, ma fuori per un viaggio d’affari. Forse – continua Edna – al vedere quella giovane donna con due bambine piccole l’ufficiale ustaša s’impietosì e rinunciò a perquisire l’appartamento. Se lo avesse fatto, avrebbe subito trovato mio padre in camera da letto. Appena andarono via, nel giro di poche ore, mio padre partì per l’Italia».

Come si evince dalla documentazione rinvenuta negli archivi di Bad Arolsen (Quellenangaben: digitales Archiv: ITS Bad Arolsen: Teilbestand: 6.3.3.2, Dokument ID: 108729836 – Korrespondenzakte T/D 940 127), Carl Selan – al pari di tanti altri suoi correligionari – poco dopo raggiunse Sušak, nel territorio occupato dagli italiani. Qui operava il rabbino Otto Deutsch che, essendo anche il referente locale della Delasem, a quel tempo si prendeva cura dei profughi ebrei che affluivano dalla Croazia soprattutto dopo le leggi antisemite varate da Pavelić, come confermato dallo stesso braccio destro di Palatucci, la guardia di P. S. Americo Cucciniello. «[Prima dell’armistizio] per facilitare i contatti e/o presentare persone veniva, in ufficio, il rabbino “Deutesch”, il quale faceva da intermediario per ebrei che venivano dalla Germania e da tutto l’Est europeo […per i quali] si aveva particolare attenzione nel favorire il lasciapassare verso la libertà o verso i paesi liberi».

Questo particolare, del resto, è confermato anche da Franco Avallone, figlio della Guardia Scelta di P.S. Raffaele Avallone e stretto collaboratore di Palatucci, il quale riferisce un interessante episodio che vide per protagonista il giovane dirigente dell’ufficio stranieri della Questura di Fiume, la madre Anna Casaburi e l’allora rabbino di Sušak. «Ricordo – dichiara Avallone – che in seguito anche mia madre fu coinvolta nel salvare numerosi ebrei. Infatti, secondo la versione ufficiale, spesso si recava a Sušak per acquistare delle primizie agricole provenienti dalle campagne circostanti, ma in effetti lo scopo principale era quello di conoscere quanti ebrei aspettavano di varcare i confini con l’Italia. Nella zona di Sušak – continua Avallone – operava il Rabbino Deutsch che era un punto di riferimento importante per gli ebrei dei paesi dell’Europa orientale. Il commissario Palatucci aveva creato con lui, attraverso una rete di amici comuni, una strada per salvare tanti ebrei dai campi di sterminio». Proprio per questo motivo, il 21 giugno 1941, aveva fatto rilasciare dalla questura di Fiume alla moglie del suo collaboratore una Tessera di frontiera per il confine Jugoslavo. Il 9 giugno, appena giunto a Fiume, Carl Selan si recò subito in Questura dove, sulla base del suo passaporto jugoslavo, gli fu rilasciato un visto di soggiorno e, il 14 luglio successivo, decise di stabilirsi temporaneamente al civico 52 di via Trieste, dopodiché il 16 luglio inoltrò la richiesta al consolato di Spagna a Sušak per ottenere un visto e, in quello stesso giorno, richiese alla Questura di Fiume il ricongiungimento con i propri familiari che, trovandosi ancora a Zagabria, erano in serio pericolo «a causa delle politiche anti-semite degli Ustascia». Difatti, il suocero, Oto Eisner, confidando sull’amicizia nata sui banchi di scuola col poglavnik, incautamente preferì restare a Zagabria pensando di essere risparmiato dai rastrellamenti, ma quando gli ustaša si presentarono all’uscio della sua casa, per non essere acciuffato si praticò un taglio ai polsi che, tuttavia, non gli servì a niente perché poco dopo i gendarmi croati andarono a prelevarlo persino dal suo letto d’ospedale e a quel punto, piuttosto che affrontare l’orrenda sorte che lo attendeva preferì lanciarsi dalla finestra. Fortunatamente la richiesta di trasferimento a Fiume di Lotte e delle sue due bambine Edna e Mira, rispettivamente di appena 3 anni e 9 mesi, fu prontamente accolta tant’è che ai principi di agosto subito fu escogitato il piano per consentire loro di oltrepassare la frontiera croata. «Un militare italiano – racconta sul filo della memoria la signora Edna – ha preso me, mia madre e la mia sorellina e ci ha condotti oltre il confine, affermando che eravamo la moglie e le figlie».

La stessa procedura fu eseguita l’anno successivo quando, dopo la morte del nonno paterno Wilhelmm, il padre riuscì a far arrivare a Fiume anche la madre Serafina Ungar. Poco dopo, evidentemente su suggerimento di Palatucci, si trasferirono nella più tranquilla e pittoresca città di Laurana, dove trovarono un appartamento al civico 144 di via Oprino, neanche a farlo apposta proprio accanto a quello che, il 30 aprile dell’anno successivo, al n. 135 presso la Villa Maria ospiterà le due profughe croate inviate da Palatucci, Maria Eisler con la madre Dragica Braun giunta a Fiume il 21 gennaio 1942, dopo un rocambolesco viaggio a bordo di una corriera anch’essa partita da Sušak.

Effettivamente, sembra proprio che questo percorso, o “canale” come dir si voglia, attraverso “quel ponte sul fiume Eneo” che divideva il territorio fiumano dalle terre jugoslave controllate dall’esercito italiano, fosse piuttosto frequentato in quel periodo per poter approdare a Fiume, tant’è che Palatucci in una lettera “riservatissima” al Capo della Polizia Tamburini del 10 maggio 1944, si affrettava a sottolineare che «il ponte sull’Eneo (era) sempre aperto sicché i croati di qualunque provenienza po(tevano) tranquillamente venire a Fiume e inoltrarsi nel territorio della Repubblica». Fu così che, dall’agosto del 1941 fino al settembre del 1943, vissero indisturbati in quell’incantevole località che si affaccia sulle sponde dell’Adriatico. «Palatucci era molto più di un gentiluomo – sottolinea Edna Selan –. Era anche una persona coraggiosa con uno spiccato senso etico. I miei genitori lo conoscevano molto bene. Mi hanno fatto capire che eravamo sotto la sua “protezione” quando vivevamo a Laurana».

Difatti, come precisa Carl Selan nella lettera inviata nel marzo del ’54 allo zio dell’ex Questore Reggente di Fiume, il vescovo di Campagna mons. Giuseppe Maria Palatucci, in più di una circostanza ebbe l’opportunità «di parlare personalmente» col nipote quando si recava a Laurana per far visita ad «amici comuni» e sincerarsi che tutto procedeva per il verso giusto.

Probabilmente, proprio in una di queste occasioni, come raccontava la madre di Edna Selan, la signora Lotte, Palatucci consigliò «come evitare di essere catturati dai tedeschi», fornendo loro persino «le tessere annonarie, comprese quelle per le scarpe». Ma secondo la direttrice del Primo Levi Center di New York, Natalia Indrimi, questo particolare sarebbe del tutto irrilevante, liquidandolo con la stravagante affermazione secondo cui «il governo italiano erogava i visti di transito per gli ebrei fino al 1941, in quanto rappresentavano un notevole impulso per l’economia locale». Ma tant’è. Quando, nell’estate del 1942, la situazione incominciò a precipitare in Croazia con l’escalation delle deportazioni, il 21 dicembre di quello stesso anno, Palatucci decise di scrivere allo zio vescovo per trovare un luogo dove mettere al sicuro i suoi “protetti”. «Carissimo zio, – esordiva – […] Per quanto riguarda i miei protetti la situazione è la seguente (…). Vi ricordo i nomi: Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia Eisler Maria, nipote Jurak Nada, Selan ing. Carlo e moglie, Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alle province di Perugia e Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire a suo tempo una raccomandazione per il Vescovo del luogo – o chi per lui – che potrebbe agevolarli presso la Questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia, là per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo del parroco. Per il momento occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno. Io vi informerò tempestivamente e voi vorrete, poi, interessare qualcuno perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla Questura. Ermolli ha già presentato ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se voi avete la possibilità di interessare per la provincia di Perugia persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene. Scrivendomi, designate le persone con il suo nome».

Evidentemente Palatucci conosceva molto bene il fitto reticolo di amicizie più o meno influenti che aveva allacciato lo zio sia con i vertici istituzionali statali (come il responsabile dell’ufficio internati presso il ministero dell’Interno, di origini irpine, Epifanio Pennetta) e sia con quelli ecclesiastici, senza contare poi le reti di assistenza clandestina allestite da molte diocesi italiane lungo la direttrice Genova-Milano-Firenze-Assisi e Campagna. Difatti già in passato lo zio si era adoperato presso il questore e la Curia perugina il 6 novembre 1940 e il 29 luglio 1941, rispettivamente, per il ricongiungimento dell’internata a Cascia Elisabetta Haemerling con il marito Rodolfo Berg ed in seguito per il prof. Siegfried David che da Campagna era stato trasferito in quella città.

C’è un filo rosso che collega la vicenda della famiglia Selan con quella delle Eisler. Come accennato in precedenza entrambe furono seguite passo passo da Palatucci che, prima si preoccupò di rilasciare loro la documentazione necessaria di cui avevano bisogno e, successivamente, li inviò a Laurana una cittadina a poca distanza da Fiume che poteva garantire una maggiore tranquillità. Poi, quando la situazione incominciò a prendere una brutta piega, consigliò ad entrambe di prendere seriamente in considerazione l’eventualità di lasciare quella località e trasferirsi rapidamente in Italia. «Palatucci – racconta Edna Selan – disse ai profughi ebrei che non avrebbe avuto più il potere di proteggerli perché sarebbero state le autorità tedesche e non quelle italiane che avrebbero svolto le funzioni di polizia militare nella nostra zona. Mia madre mi ha detto che lei e mio padre hanno programmato la fuga in Svizzera. Hanno discusso la fattibilità del loro piano con Giovanni Palatucci. E fu proprio Palatucci, che sconsigliò questa pista: “La Svizzera non vi lascerà mai entrare – disse – e vi consegnerà poi alla Gestapo alla frontiera. Andate nel meridione. Cercate di arrivare a Roma. Si tratta di una città aperta. Così è probabile sfuggire ai bombardamenti a cui le altre città non avranno scampo. Gli alleati verranno dal basso dell’Italia. Andate loro incontro. Se farete questo la vostra possibilità di salvezza sarà maggiore».

Evidentemente incominciava ad avvertire che il cerchio lentamente si stava incominciando a stringersi intorno a lui e la rese dei conti con i nazisti era ormai prossima. Così, seguendo la stessa procedura che aveva adoperato in altre circostanza analoghe, il 6 agosto 1943, come si evince da un dispaccio della Questura di Modena, per precauzione, decise di inviare sia Dragica e Maria Eisler che la famiglia Selan, a Monfestino di Serramazzoni un paesino adagiato sull’Appennino modenese che in quel periodo fece registrare la presenza di 231 ebrei nella condizione di “libero internamento”, distribuiti in ben 23 comuni della provincia.

Proprio in quegli anni, in quelle zone, era stata allestita un’efficiente rete assistenziale a beneficio dei perseguitati che, tra l’altro, poteva contare anche sull’aiuto del capo di Gabinetto d’origini irpine della questura di Modena, Francesco Vecchione il quale, appena veniva a sapere di qualche pericolo incombente subito li metteva in guardia, come rivela il sacerdote serramazzonese don Benedetto Richeldi: «Mi venne un avvertimento dalla questura: “Reverendo, ricordi che si va su a vedere dove sono”». Evidentemente, anche per questo motivo in quella zona non si verificò alcun rastrellamento e le perquisizioni effettuate dai repubblichini fecero registrare un magro bottino. Dalla documentazione acquisita presso il Comune di Serramazzoni risulta, infatti, che Dragica Braun con la figlia Maria Eisler giunsero in quel luogo il 13 agosto 1943 seguiti qualche giorno dopo, per la precisione il 18 agosto, da Carl Selan con la moglie Lotte Eisner e le loro due figlie Edna e Mira. Che la scelta di questa località non fosse stata un caso lo testimonia il fatto che, come riferiscono gli anziani del luogo, rimasero a Serramazzoni all’insaputa di tutti e, dopo qualche settimana, all’improvviso scomparvero tanto che persino nell’archivio comunale non si trovano tracce della loro partenza. Appare strano, infatti, che neanche il Podestà abbia segnalato l’improvvisa partenza alla Questura di Modena, sempre molto attenta sulla sorte di queste persone. Difatti i Selan si fermarono a Serramazzoni soltanto qualche settimana, ripartendo per Perugia il 30 agosto successivo. «Siamo stati anche a Perugia – dichiara la signora Edna – dove uno dei fratelli di mio padre, mio zio Edmund, viveva pubblicamente tra gli italiani. Mentre eravamo a Perugia, io e mia sorella per un breve periodo siamo state inviate presso una scuola convento. Mia madre mi ha detto che tramite un’amica di Zagabria, Renée Mogan, che si era convertita al cattolicesimo, riuscimmo ad essere nascoste in convento. Ricordo le suore col massimo affetto. Ho sentito che non solo sapevano che eravamo ebree, ma che ci avrebbero protette con i loro corpi dalla Gestapo se fosse stato necessario. Mi piacevano molto, non solo, ma le ammiravo. Abbiamo imparato le preghiere quotidiane con gli altri bambini, che ricordo ancora».

Ma chi era, in realtà, questa donna misteriosa? L’arcano è presto svelato grazie alla documentazione acquisita presso gli archivi dell’International Tracing Service (Quellenangaben: Digitales Archiv: ITS Bad Arolsen: Teilbestand: 3.1.1.3, Dokument ID: 78.780.439 – Erfassung von befreiten ehemaligen Verfolgten un Orten unterschiedlichen) da dove risulta che era nata a Fiume nel 1909 e, dopo il suo matrimonio con l’avv. Mirko Reichsmann (poi Rašić) il 29 giugno 1932 si era trasferita a Zagabria dove visse insieme al figlio Javko ed alla madre Maximiliana Sachs de Grič (cognome ben noto a Palatucci per l’amicizia con il barone Niels Sachs de Grič), vedova di Giulio Mogan. Subito dopo l’avvento al potere di Pavelić, per precauzione, si rifugiarono nella cittadina serba di Vrnjačka Banja, dove rimasero tra aprile e giugno del 1941. Poi, in seguito alle efferate persecuzioni ustaša, nell’agosto del 1941 Renée fu arrestata e il 1° agosto 1942 fu reclusa nel campo di transito di Zbor, dopodiché, il 3 agosto fu condotta a Gospić, dove rimase fino al 22 agosto, quando fu di nuovo trasferita prima a Jasna e poi il 12 settembre a Krusica e quindi, il 10 ottobre, a Loborgrad. Il suo calvario si concluse il 24 dicembre quando, grazie all’intervento del generale della IIaArmata Ettore De Blasio fu rilasciata e inviata immediatamente a Fiume, da dove poi nel gennaio del 1942 si trasferì a Torino per ricongiungersi con il marito ed il figlio che nell’agosto dell’anno precedente avevano precipitosamente lasciato la Croazia.

Dal capoluogo piemontese, nel maggio successivo, raggiunsero Perugia e, nel settembre del 1943, Mirko Reichsmann si recò in Spagna e da lì, a bordo di un convoglio riuscì a raggiungere Londra per ricoprire l’incarico di consulente legale del Ministero delle Finanze del governo jugoslavo in esilio. Renée, invece, rimase a Perugia nell’abitazione di via Pompeo Pellini 5/A con la madre e i figli fino al febbraio del 1944 quando, sempre di nascosto, improvvisamente decisero di trasferirsi nella capitale vivendo con lo pseudonimo di tal Galimberti fino alla liberazione di Roma ad opera delle truppe alleate. Appena entrò in vigore la legislazione antisemita varata dal governo della RSI con l’ordine di polizia, emesso il 30 novembre 1943 dal ministro dell’Interno, Guido Buffarini Guidi, che stabiliva l’internamento degli ebrei in appositi campi e la confisca di tutti i loro beni, immediatamente anche i Selan fecero perdere le proprie tracce e, di nascosto, anche loro raggiunsero la capitale dove vissero sotto mentite spoglie in un appartamento in piazza Esedra proprio nei pressi della Basilica di Santa Maria degli Angeli, messo a loro disposizione dalla celebre casa cinematografica californiana Twentieth Century-Fox Film Corporation di cui Carl Selan, nel frattempo, era diventato distributore per l’Europa sudorientale.

«A Roma – continua nel suo avvincente racconto Edna Selan – mio padre ha voluto registrarci con il Vaticano per ottenere il cibo. Mia madre decise di accordare fiducia al portiere e gli disse che eravamo ebrei jugoslavi in fuga dai tedeschi. Mio padre pensava che fosse matta, ma in effetti il custode non ci tradì (svelando la nostra identità) ai tedeschi. Siamo vissuti a Roma abbastanza apertamente con documenti d’identità italiani, ma è stato solo dopo l’arrivo degli alleati, nel giugno del 1944, che abbiamo capito che eravamo definitivamente al sicuro dal rischio di deportazione in un campo di sterminio». Difatti, nel luglio successivo, Carl Selan con la moglie Lotte e le figlie Edna e Mira, a bordo di un convoglio militare americano “Harry Gibbons”, salparono dal porto di Napoli alla volta degli Stati Uniti dove, a partire dal 12 giugno, per ordine del presidente Franklin D. Roosevelt, era stato allestito nel campo di Fort Ontario a Oswego, un centro di accoglienza per ospitare quasi 1000 profughi europei, prevalentemente di origine ebraica.

In segno di gratitudine per l’aiuto ricevuto, il 10 marzo 1954, Carl Selan – appena aver appreso della tragica morte a Dachau dell’ex Questore Reggente di Fiume – afferrò carta e penna e scrisse un’accorata lettera allo zio vescovo di Campagna, esprimendosi in questi termini: «Caro Monsignore, (…) non posso dirvi quanto sia profondo il mio dolore che questo nobile uomo – il nostro caro Gianni non sia più in mezzo a noi. Tutta la mia famiglia e molti altri che sono fuggiti da Hitler e dagli ustascia avevano trovato un porto di sicurezza a Fiume solo per la gentilezza e l’ammirevole personalità di Gianni. Se non fosse stato per lui, ben pochi di noi sarebbero vivi oggi. Ha aiutato tutti – e come terribilmente abbiamo avuto bisogno del suo aiuto per sfuggire a morte certa, solo noi che siamo passati attraverso questo calvario lo sappiamo. Ho avuto il privilegio di parlare personalmente con lui molte volte quando è venuto a Laurana dove ha visitato amici comuni. Prima che noi partissimo per Roma nell’Agosto del 1943, che egli rese possibile mediante l’emissione di un Lasciapassare, gli ho chiesto di lasciare Fiume temendo ciò che sarebbe successo quando i tedeschi avrebbero preso il sopravvento. Ci pensò un po’ e disse che non poteva farlo.

Dopo la creazione dello Stato di Israele, noi ebrei abbiamo ora la possibilità di esprimere la nostra gratitudine nel modo in cui avrebbero fatto le altre nazioni, e sono compiaciuto/lieto che il ricordo di questa persona fine non si perda per il genere umano. Queste poche parole dovevo scrivere a voi, suo zio, per dirvi che sentirò sempre una profonda gratitudine e ammirazione per il Dr. Giovanni Palatucci». Ebbene, anche in presenza di testimonianze e prove incontrovertibili come queste, recentemente, la direttrice del Primo Levi Center, Natalia Indrimi, non ha trovato di meglio che derubricare questa storia sostenendo, in modo a dir poco sconsiderato, che la «lettera (…) conferma, se non altro, il grado di corruzione che regnava alla Questura di Fiume» e che «la burocrazia italiana, simboleggiata da Palatucci e dai suoi colleghi, perseguitarono con zelo ottuso (gli ebrei), prima per ordine del regime fascista e poi per ordine della Repubblica sociale Italiana e dei suoi alleati tedeschi».

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, verrebbe da dire, visto che il PLC non è nuovo a queste cadute di stile. Sarà, tuttavia, il dibattito storiografico ed i nuovi documenti che emergeranno tra breve a dimostrarne l’assoluta infondatezza, confermando ulteriormente quanto fin qui asserito. Ma questa, come si suol dire, è tutta un’altra storia.
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